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venerdì, 04 maggio 2007

Misura per misura: Atto III Scena prima

Shakespeare aveva perso un figlio poco prima di scrivere questa commedia, ed ecco che la vita , ai suoi occhi, si svaluta, perde di senso... Questa è la trascrizione esatta del monologo fatto da Gabriele Lavia, pause comprese.

Duca- Così, dunque, voi sperate nella grazia del signor Angelo?

Claudio- Gli infelici non hanno altra medicina che la speranza: io ho speranza di vivere, ma sono pronto a morire.

Duca- Bravo. Devi pensare solo alla morte. In assoluto alla morte. E allora la morte e la vita saranno più dolci. Con la vita ragiona così: se ti perdo, perdo una cosa che solo i pazzi vogliono conservare. Tu sei un soffio, tu sei schiava di tutti gli influssi del cielo che affliggono, ogni istante, questo ricettacolo di carne in cui dimori. Tu, vita, non sei che la buffona della morte, poichè ti affanni per evitarla, la fuggi ma non fai altro che correre verso di lei. Non sei certo nobile, vita, poichè tutta la pompa di cui ti ricopri è alimentata da miseria corporale. Tu non sei affatto vaorosa, poichè hai terrore dela molle e tenera linga forcuta di un misero verme che ti mangerà. Il tuo miglior riposo è il sonno, e addirittura spesso te lo procuri, e tuttavia, vita, temi la morte, che non è più di un sonno. Tu non sei solo te stessa, poichè il tuo esserci è composo di migliaia di granelli di polvere. Non sei felice, vita, poichè ciò che non hai ti affanni sempre per ottenerlo, e ciò che hai lo dimentichi subito. Non sei fedele , non sei costante poichè il tuo umore muta a seconda di come muta la luna. Più sei ricca, vita, e più diventerai povera, poichè, come un asino che piega il dorso sotto i lingotti d'oro, trasporti tutte le tue pesanti ricchezze per la durata di un solo viaggio, e la Morte ti libera di quel peso dorato. Non hai un solo amico, vita, poichè gli stessi organi che ti chiamano madre, e che tu hai generato, maledicono la gotta, i reumatismi e il catarro perchè tardano ad annientarti. Tu non hai giovinezza nè vecchiaia, ma solo una specie di sonnellino dopo pranzo in cui le sogni tutte e due, tutta la tua beata giovinezza vuole dormire come se fosse anziana come chiedesse l'elemosina del sonno alla immobile, paralitica vecchiaia, e quando sei diventata vecchia e sei diventata ricca, o vita, non hai più nè calore, nè passione, nè vigore, nè bellezza per goderti la tua ormai inutile ricchezza. Che cosa c'è, allora, in questa cosa che noi chiamiamo vita? O vita, o vita, dentro di te si nascondono mille morti; eppure noi abbiamo paura della morte, che annienta tutti questi fastidi della vita

Claudio- Vi ringrazio umilmente. Invocando di vivere, scopro che cerco di morire, e cercando la morte scopro la vita. Sia come sia.

Quando la poesia, sul palco, sembra più vera della realtà... Si arriva fin qui, guardando lo spettacolo, seguendo la trama appassionatamente, qui ci si ferma, si riflette e ci si guarda, si pensa alla nostra vita e alla morte. Bella anche, alla fine, la battuta di Claudio  stile "Let it be", con Lavia nei panni di Mother Mary... speaking words of wisdom, let it be...

postato da: Giannichimo alle ore 13:41 | link | commenti (1)
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Misura per misura: recensione

 

LaviaIl palco è totalmente coperto da una parete ferrigna che, aprendosi magicamente, fa scoprire l’oscuro mondo di Misura per misura dove, accompagnati da un “rap”, gli attori ballano in un misterioso antro suburbano. Stupidi e pazzi ripetono, mentre la mastodontica scenografia semovente cambia la scena permettendo al frettoloso Duca di raggiungere il palco e porgere in presenza del saggio Escalo il mandato di governo al giovane Angelo che subito appare come un freddo e meccanico burocrate. Il Duca parte da Vienna senza dare troppe motivazioni né al popolo né ai suoi sottoposti, le rivelerà poi, quando lo vedremo ritirato in un convento prendere le sembianze e i modi di un Frate, per poter poi rientrare in segreto a Vienna e osservare se i buoni propositi li cambia il potere e quale sia la vera essenza che si nasconde sotto l’apparenza.

Misura per misura è un dramma basato sulla sostituzione e affronta il tema della decadenza dei costumi morali, qui le riflessioni amletiche sulla svalutazione della vita e dell’etica assumono proporzioni sociali. I personaggi, rappresentati con la chiarezza della recitazione classica, ma senza variazioni di tono inutili e mai esagerati, emozionano perché grazie alla loro verità sono perfettamente riconoscibili nella società odierna pur animati dall’immensa poesia shakespeariana e dominati dalla sua logica spietata.

L’ambientazione è una Vienna suburbana e “dark”, così come i costumi; l’impressionante scenografia LaviaMisurarealizzata da Carmelo Giammello permette continui mutamenti di scenario che movimentano la scena assecondando l’avvincente trama, portata avanti con scorrevolezza dai ventiquattro attori della Compagnia Lavia, che danno verità ed importanza a tutte le battute del testo. La regia di Gabriele Lavia è varia ed innovativa, e così prende vita uno spettacolo di tre ore che non lascia spazio a distrazioni. Il teatro qui sembra avere i mezzi del cinema, ma con la potenza d’impressionare che solo al primo è concessa.

Il testo, anche se poco rappresentato in Italia, è uno dei più belli di Shakespeare, e forse proprio per la sua difficoltà ha stimolato tutti coloro che hanno preso parte a questa impresa, che lo hanno reso vero come il teatro sa fare, e attuale come solo i classici sanno essere.

pubblicata su www.teatroteatro.it

postato da: Giannichimo alle ore 12:48 | link | commenti (2)
categorie: teatro
sabato, 31 marzo 2007

Il petto e la coscia

spaccesiIl matrimonio, oltre ad essere un giuramento di amore eterno, rispetto e fedeltà reciproca, é effettivamente anche un accordo in cui ci si impegna a vivere la spicciola quotidianità insieme e vita natural durante. Nella calma borghese spesso le piccole abitudini conviviali diventano rituali e vanno a costituire le basi, non molto solide, di un matrimonio che, dopo tanti anni, inizia a somigliare sempre più ad un castello di carte.

Indro Montanelli, con un piccolo gesto, quello di togliere una sola carta da sotto il castello, lo fa crollare rovinosamente a terra. I due protagonisti, scoprendo un equivoco sui rispettivi gusti per il pollo si trovano a fronteggiare una quotidianità che non é più la stessa, in cui tutta la consuetudine matrimoniale diventa un’insopportabile manfrina nonostante nulla sia effettivamente cambiato.

La fendente ironia dello scrittore di Fucecchio, espressa in questo semplice e inconsueto testo teatrale - visto il suo impegno a tempo pieno di giornalista indipendente - ebbe il successo di una notte durante una rassegna che contava tra i suoi partecipanti anche Dino Buzzati, Achille Campanile e Pier Paolo Pasolini.
Una rarità dove vengono messi a confronto i rapporti sentimentali di tre coppie: i padroni di casa, ossia la coppia sposata da anni; la giovane e bella nipote col fidanzato grande, grosso e giuggiolone, ed infine la donna di servizio che ha trovato per compagno un tanghero e non sa se sposarsi.

L’interpretazione della compagnia “Silvio Spaccesi” non porta certo avanti il testo con uniformità, ma lo smonta quasi in una serie di sketch in stile situation comedy. Silvio Spaccasi, con il suo tipico personaggio dall’accento spoletino, diverte, intenerisce e trasporta il pubblico per tutto lo spettacolo come riesce a fare ormai da tanti anni, mentre minore è l’affiatamento con la compagna di palcoscenico Rosaura Marchi che non riesce a sincronizzare la sua verve partenopea con il resto del gruppo, le altre due coppie completano il quadro di uno spettacolo che riprende bene la tradizione della commedia popolare.

Alla fine è inevitabile che rimanga da chedersi quanto di Montanelli sia rimasto in questa rappresentazione, ma é altrettanto innegabile che questo tipo di teatro ha come unico scopo quello di divertire il pubblico, evidenziandone grottescamente i difetti; senza politica né parolacce, e ci riesce.

pubblicata su www.teatroteatro.it

postato da: Giannichimo alle ore 14:19 | link | commenti (1)
categorie: teatro

Come prima, meglio di prima

Uno dei testi minori di Pirandello, dove il disdicevole triangolo amoroso nella società borghese viene riproposto in chiave femminile, con una protagonista donna, Fulvia, che appare in scena, per la prima volta, nell’atto estremo della sua disperazione, un tentativo di suicidio in cui verrà soccorsa dal marito abbandonato. Sopravvissuta, ritorna nella casa del marito, per mettere al mondo un altro figlio e ricominciare sotto mentite spoglie, cambiando nome in Francesca, la medesima vita che aveva costruito e poi distrutto: Come prima, meglio di prima.

Ma l’astio della figlia inconsapevole, e l’umanità pettegola che ruota attorno alla residenza in provincia, la metteranno contro il mito della padrona di casa morta, Fulvia, che lei ormai non è più. Tutto ciò la costringerà a fare i conti col passato, tutto il suo passato riunito, quello di madre e quello di donna libera. Si troverà infine, una volta svelatasi nella sua vera identità alla figlia, di fronte al marito e all’amante Mauri (che follemente innamorato abbandona carriera e famiglia per inseguirla), e sceglierà coraggiosamente di partire con l’amante e la neonata. Finale antiborghese, protofemminista, rivoluzionario e audace per l’epoca, che richiama la Nora ibseniana di Casa di bambola e le eroine di Strindberg.

Tratto dalla novella La veglia e apparso per la prima volta in scena nel 1920, sulla scia del successo de Il giuoco delle parti, qui Pirandello focalizza la propria riflessione nell’approfondimento del tema della dissociazione dell’identità, proprio poco prima del suo successo internazionale con il “teatro nel teatro”. Questo è un testo che, ritenuto “minore”, è stato rappresentato poche volte, ma da grandi attrici (come ad esempio la Proclemer).

L’adattamento di Giuseppe Venetucci per la compagnia stabile del teatro Ghione cerca di snellire e di ridurre all’essenziale il dramma; ma lo fa con una regia statica che, senza movimenti naturali, ma solo simbolici, e con molte battute dette di spalle al pubblico, verso un interlocutore che inerme attende il suo momento, risulta quasi violenta. Con l’eliminazione della cornice formata dalla pettegola e soffocante cittadina di provincia, i dialoghi diventano duelli verbali all’interno del palazzo, dove l’arzigogolo della sintassi prevale sul senso drammatico degli accadimenti, deprimendone l’ironia, e assumendo un tono lugubremente psicologico.

Un tentativo di evitare il melodramma per mettere a nudo l’aggrovigliato intreccio di aspetti paradossali, fitti di inquietudini e angosce, di sentimenti violenti, quasi ossessivi, a volte anche grotteschi, che trova il merito nel rappresentare bene l’inquietudine pirandelliana nell’elaborazione di modelli letterari che vedono al centro la disintegrazione dell’Io.

pubblicata su www.teatroteatro.it


postato da: Giannichimo alle ore 14:08 | link | commenti
categorie: teatro